

Il 9 maggio ricordiamo l’assassinio di Aldo Moro, una delle ferite più profonde della storia repubblicana.
Moro, insieme a Enrico Berlinguer, aveva compreso che l’Italia attraversava una fase difficilissima: crisi sociale, tensioni, disordine, bisogno di grandi riforme e di un governo capace di rimettere al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale e la tenuta democratica del Paese.
In un tempo segnato da contrapposizioni durissime tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, Moro e Berlinguer ebbero la forza di guardare oltre i confini dei rispettivi partiti e persino oltre le resistenze dei loro elettorati. Capirono che le culture politiche che avevano contribuito a liberare l’Italia dal fascismo, a costruire la Repubblica e a scrivere la Costituzione dovevano tornare a lavorare insieme per il bene comune.
Moro fu ucciso anche per ciò che rappresentava: la capacità di aprire una strada nuova, di costruire sintesi difficili, di mettere l’interesse nazionale davanti alla convenienza di parte.
È una lezione che parla ancora al nostro tempo. Anche oggi, dentro il Partito Democratico, siamo chiamati a far convivere culture diverse in un progetto comune: progressista, riformista, democratico, capace di dare stabilità, crescita e giustizia sociale.
E oggi, mentre il mondo si sposta pericolosamente a destra, da Trump fino alla destra italiana di Meloni, quella lezione diventa ancora più urgente: difendere la democrazia, costruire unità, mettere il Paese davanti agli interessi di parte.